“Grande e mutabile è il destino dell’uomo, così come di tutte quelle cose o piccole o grandi di cui ciascuno ama circondarsi. Gli oggetti fedelmente e silenziosamente scortano la vita di un uomo, di una famiglia, di più generazioni. L’uomo passa e l’oggetto rimane a ricordare, a testimoniare, a evocare colui che non c’è più, a svelare talvolta alcuni segreti gelosissimi che la faccia di lui, il suo sguardo, la sua voce celavano tenacemente”.
La “Casa della Vita”, con tutti i suoi memorabili oggetti è concresciuta alla vita dei suoi abitanti intrecciandovisi in modo inestricabile; così soltanto attraverso i suoi oggetti e la luce riflessa negli specchi si può percepire con magistrale acutezza il rifrangersi dei gusti e degli echi nella letteratura e nell’arte. Via via le nude e severe stanze si riempivano di oggetti che gli abitanti scoprivano di amare per una sorta di predestinazione del gusto in cui si manifestava una valutazione critica in anticipo sui tempi che forse solo oggi siamo in grado di apprezzare nella sua composita coerenza. Oggetti spesso trascurati dalle pompose storie dell’arte, quasi spregiati, spesso venuti da paesi lontani hanno dato alla Villa il suo timbro inconfondibile.
Si è così formato con il passare degli anni un ”museo vivo” unico perché costituisce un luogo dove permane inalterata l’invisibile patina del feticcio che con una forte facoltà suggestiva si accontenta di frammenti e ritagli di Verità. Così ci si aggira in queste stanze come in una foresta incantata che un potente artificio tiene divisa dalla vita immediata, ma appunto per catturare la vita segreta delle immagini riflesse negli specchi, che son già allontanate un po’ dalla vita, già rese quadro, grazie a quello gelida ecloga di cristallo che le separa come la parete trasparente di un acquario separa dalla vita ordinaria quel mondo di silenziose creature dalle magnifiche assise che si muovono come apparizioni tra rocce, muschi, madrepore e minuscole costellazioni di bollicine d’aria.

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La Villa, secondo lo spirito della “wunderkammer” che desiderava contenere entro “quattro pareti” Il repertorio esaustivo di un mondo costituendo delle raccolte in cui le scienze, la natura e le creazioni scientifiche e artistiche trovavano un equilibrio di reciproca compenetrazione, si è riappropriata di questo sincretico “sistema della meraviglia” aprendo i suoi cancelli ad artisti contemporanei che ripropongono la presenza del meraviglioso attraverso l’utilizzo di materiali eterogenei o accostamenti di “naturalia” e “artificialia”, fenomeno, questo, che si è ripresentato periodicamente nella storia del collezionismo e della creatività artistica, nel rapporto dialettico di conflitto e connubio tra homo faber e mondo naturale. La natura si pone nell’arte contemporanea come preziosa alternativa alla dimensione scientifico-tecnologica, consentendo di uscire dalla piattezza del quotidiano per rievocare arcane possibilità immaginifiche e meravigliose. Il sentimento del sublime che si avverte ammirando il cielo stellato sopra di sé prova la sensazione soggettiva che quello che si vede vada oltre la propria sensibilità e pertanto si postula un infinito che non solo i nostri sensi non riescono a cogliere ma neppure la nostra immaginazione riesce ad abbracciare in una unica intuizione. Da qui un piacere inquieto che ci fa sentire la grandezza della nostra soggettività, capace di volere qualcosa che non possiamo avere. Quindi l’uomo inventa un’ossessione, una vertigine, la lista, una forma di rappresentazione fisica dell’infinito, perché di fatto esso non finisce, non si conclude in forma.